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Pasquale de Rossi, detto Pasqualino Rossi
(Vicenza 1641 - Roma 1722)
Informa delle origini vicentine del pittore il suo primo
biografo, padre Pellegrino Antonio Orlandi, che nel 1704
registra il 1641 quale data di nascita e il 1670 quale anno
di aggregazione all'Accademia del disegno a Roma.
Tra i rarissimi documenti che riguardano direttamente
l'artista è lo
Stato della anime della
parrocchia romana di Sant'Andrea delle Fratte, che descrive
la composizione della sua famiglia nel 1721: "Pasqualino del
Rossi, veneto, pittore, anni 81", la moglie Caterina
Fiaschetti di sessantuno anni, due figli e una figlia
ventenni, una nipotina di tre anni. Le due testimonianze
trovano accordo solo se si presume che l'artista fosse
allora nel suo ottantunesimo anno di vita, e avesse pertanto
compiuto gli ottant'anni. Sarebbe scomparso poco dopo, il 28
giugno 1722. In realtà, da tempo doveva aver abbandonato i
pennelli, e forse aveva passato la tavolozza e gli altri
strumenti del mestiere alle figlie che aveva istruito, una
delle quali è menzionata dall'Orlandi, sempre nell'Abecedario
pittorico del 1704, per la predisposizione al
disegno e alla pittura.
Benché la sua presenza a Roma sia registrata molto presto,
con l'elezione a Virtuoso del Pantheon nel 1668, che precede
di due anni l'iscrizione all'Accademia di San Luca, e possa
risalire addirittura al 1666, quando una sua opera è
verosimilmente registrata nella collezione Doria Pamphilj,
la critica ha ravvisato l'importanza dell'iniziale
esperienza veneta, sia in ragione dello stile, sia in
rapporto alle tematiche della sua pittura, che ricordano le
opere di Pietro Vecchia e di Matteo Ghidoni detto Matteo de'
Pitocchi.
La sua inclinazione alla pittura di genere e di carattere
aneddotico trova espressione in alcuni soggetti ricorrenti,
come quello della
Scuola di cucito e di lettura,
bene esemplificato dalla tela del Louvre, il tema del
Maestro di musica con ragazzi che suonano o della
Maestra di ricamo con giovani donne e bambine,
per i quali si ricordano le due tele già in collezione
Bellini a Firenze e il
Maestro di scuola
dello
Statens Museum for Kunst di Copenaghen, o altri dipinti con
concerti e con
Suonatori ambulanti, ad esempio
la piccola tela della Walters Art Gallery di Baltimore,
oppure singole figure, come il
Fumatore
e la Donna
che cuce della Pinacoteca Comunale di Ravenna,
ma anche singole teste quali la
Testa di uomo
e la Testa di vecchio della Galleria
Pallavicini di Roma; opere di piccolo formato destinate alle
collezioni delle principali famiglie nella Roma del tempo,
dai Colonna ai Chigi, dai Pallavicini ai Doria Pamphilj e
agli Ottoboni, la famiglia papale di origine veneta; ma il
collezionista che più degli altri apprezzò la sua pittura,
seducente per la sensibile interpretazione secentesca del
tenero modellato di Correggio e del giovane Annibale
Carracci, per il brillante recupero dei modelli
cinquecenteschi nel gruppo equilibrato delle
Sacre
Famiglie e per la spontanea facilità della sua
spensierata pittura giovanile, fu il celebre Gaspar de Haro
y Guzman, VII marchese del Carpio, che nei pochi anni del
soggiorno a Roma in qualità di ambasciatore del re di Spagna
presso il pontefice, tra il 1677 e il 1683, acquisì per la
sua strepitosa raccolta, poi trasferita a Napoli a seguito
della nomina a Viceré, oltre quaranta quadri dell'artista
vicentino, dai soggetti più vari.
Pasqualino Rossi
lasciò poche pale d'altare nelle chiese romane, se si
considerano i lunghi decenni della sua permanenza a Roma,
sua nuova patria benché le testimonianze antiche lo
ricordino costantemente come "Pasqualino veneto": le tele
nella cappella di Santa Rosa da Viterbo nella chiesa di
Santa Maria in Aracoeli, il
Cristo nell'orto
nella chiesa dei Santi Carlo e Ambrogio al Corso, il
Battesimo di Cristo
nella chiesa di Santa Maria del
Popolo e poche altre, In compenso, numerose sono le tele
eseguite per gli edifici ecclesiastici delle Marche: a
Fabriano, Serra San Quirico e Cagli. Se quelle della chiesa
di San Bartolomeo di Cagli, con le storie della vita del
santo, del 1699 circa, documentano la tarda attività
dell'artista (il quale nel 1706, "in età avanzato,
podagroso, e non capace d'alcuni anni in quà di
pennelleggiar tanto bene, quanto faceva", come riportava
l'abate Melchiori, ancora forniva dieci dipinti alla
collezione dell'arcivescovo di Magonza, Lothar Franz), le
più apprezzabili tele della chiesa di San Benedetto e di San
Biagio di Fabriano risalgono agli anni Settanta e mostrano
la sua piena maturità. Ma le opere più seducenti si
conservano a Serra San Quirico, nella chiesa di Santa Lucia,
dove si ammirano in particolare le cinque tele con storie
della vita della santa, in sequenza narrativa come gli
episodi nelle predelle degli antichi dipinti su tavola, la
cui vivace sensibilità aneddotica trova i presupposti
figurativi nella
pala di santa Lucia
di
Lorenzo Lotto a Jesi.
Angelo Mazza |