English Version

 

Serra S. Quirico (An), Polo Museale S. Lucia
1 marzo – 13 settembre 2009

La prima mostra verde d’Italia, nel borgo medievale
di Serra S. Quirico , gioiello urbanistico nel cuore delle Marche
e sede del Parco naturale Gola della Rossa e di Frasassi

   
 
 
 

News | Il Territorio | Informazioni | Credits

Foto Modena Pasqualino Rossi particolare de "Matrimonio di Santa Caterina d'Alessandria" - Modena - Collezione privatai

 

La Mostra

“personalità ben alta ed autonoma dell’artista rispetto agli esiti della pittura romana del tempo, dove, tra l’altro, si conciliano i due aspetti individuali, ma finora non legati di lui: l’attento, talora arguto osservatore della realtà e il composto classicheggiante autore di quadri sacri”.
(P. Zampetti Pittura nelle Marche, Firenze 1990, p. 261).

“Le sue pitture sono di colore ameno, e vivace, particolarmente certi belli capricci di balli, di sonatori, di scuole, di giuocatori, di musici, e di mense, nelle quali vidi una tal qual grazia, e finitezza, che molto mi dilettò”
(P. A. Orlandi Abecedario Pittorico, Bologna 1704, ed. 1753, p. 412).

Dipinti con argomenti di vita quotidiana, raduni musicali, lezioni di lettura e di cucito, sacre famiglie all'aperto e altre invenzioni di toccante intimismo caratterizzano la prima mostra organizzata su Pasqualino Rossi (1641-1722), pittore particolarmente apprezzato e ricercato dalla schiera di collezionisti italiani e esteri che frequentavano botteghe di artisti, gallerie e palazzi romani tra il XVII e il XVIII secolo.

Vicentino di origine,
Pasqualino Rossi fu attivo a Roma dalla fine degli anni Sessanta del Seicento, conquistando fama e considerazione sociale, tanto da essere ammesso alla prestigiosa Accademia di San Luca (1670) e nell'olimpo dei Virtuosi del Pantheon (1668). Le sue opere furono acquistate dalle più importanti famiglie gentilizie romane, come i Colonna, i Pallavicini, i Doria Panphilj, gli Ottoboni, ma basterà ricordare Gaspar de Haro y Guzman, marchese del Carpio, ambasciatore del re di Spagna presso il pontefice, tra il 1677 e il 1683 e poi Viceré di Napoli, che nella sua immensa e strabiliante collezione di capolavori della pittura (oltre tremila), possedeva ben quaranta dipinti di Pasqualino Rossi.

“Nelle quadrerie si veggono giuochi, musiche, conversazioni, e simili capricci da lui lavorati in piccolo, che, ove però con più studio, per poco cedono a’fiamminghi. Ne ho veduti qua e là in gran numero” ricorda alla fine del Settecento uno dei padri della storia dell'arte italiana, Luigi Lanzi, parlando di Pasqualino Rossi (L. Lanzi Storia pittorica della Italia, ed. Bassano1809, I, p. 408, (ed. Firenze, 1968, a cura di M. Capucci).
La mostra raccoglie oltre venti quadri di Pasqualino Rossi che dialogano con altrettante opere dei maestri indiscussi della pittura di genere italiana tra Sei e Settecento. I curatori della mostra, Angelo Mazza e Anna Maria Ambrosini, in particolare hanno indagato per lungo tempo inventari, raccolte e collezioni private, permettendo di recuperare dipinti del tutto sconosciuti o mai esposti, non solo di Pasqualino Rossi, ma anche di Monsù Bernardo, Antonio Amorosi, Andrea Celesti, Pietro Dalla Vecchia, Pier Leone Ghezzi, Matteo de' Pitocchi, Francesco Todeschini detto il Cipper o Giuseppe Maria Crespi al quale in passato sono state attribuite molte opere dipinte in realtà da Pasqualino.

La mostra si apre con una grande Deposizione di Cristo (collezione privata), ricca di intonazioni espressive, nella quale un recente restauro ha fatto emergere anche la firma – rarissima – di Pasqualino Rossi e prosegue in un concerto di piccoli dipinti con scene di genere, che catturano il tempo e lo spazio di una quotidianità intima e dimessa, che vibra il timbro sentimentale più moderno di Pasqualino Rossi. Nelle opere di Pasqualino Rossi il grande conoscitore Roberto Longhi, leggeva le premesse culturali e stilistiche che avrebbero caratterizzato l'opera di grandi maestri della pittura italiana ed europea tra Sei e Settecento, come Giovanni Battista Piazzetta o Pietro Longhi.

Il linguaggio artistico di
Pasqualino Rossi è molto ricco e si alimenta dei modelli veneti suadenti e teatrali di Pietro Vecchia o del piglio narrativo di Matteo de’ Pitocchi. Un ruolo rilevante, nella formazione di Pasqualino va anche riconosciuto al fiammingo attivo a Venezia e Roma Monsù Bernardo, mentre è in ambito romano che Pasqualino dialoga con le opere dei marchigiani Antonio Amorosi e Pier Leone Ghezzi. I dipinti esposti raccontano momenti di vita all'interno dei nobili palazzi romani, alternandosi ai raffinati soggetti sacri che Pasqualino ha dipinto anche per le importanti chiese romane di Santa Maria in Aracoeli, dei Santi Carlo e Ambrogio al Corso e di Santa Maria del Popolo. Così come sono numerose le tele eseguite per gli edifici ecclesiastici delle Marche: a Fabriano, Serra San Quirico e Cagli, costituendo l'affascinante itinerario dell'ultima attività di Pasqualino Rossi quando, allo scadere del primo decennio del Settecento, ormai "in età avanzato, podagroso, e non capace d'alcuni anni in qui pennelleggiar" (Melchiorri), vendeva le opere della sua bottega all'arcivescovo di Magonza.