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La
Mostra
“personalità ben alta ed autonoma dell’artista rispetto agli
esiti della pittura romana del tempo, dove, tra l’altro, si
conciliano i due aspetti individuali, ma finora non legati
di lui: l’attento, talora arguto osservatore della realtà e
il composto classicheggiante autore di quadri sacri”.
(P. Zampetti Pittura nelle Marche, Firenze 1990, p. 261).
“Le
sue pitture sono di colore ameno, e vivace, particolarmente
certi belli capricci di balli, di sonatori, di scuole, di
giuocatori, di musici, e di mense, nelle quali vidi una tal
qual grazia, e finitezza, che molto mi dilettò”
(P. A. Orlandi Abecedario Pittorico, Bologna 1704, ed. 1753,
p. 412).
Dipinti con argomenti di vita quotidiana, raduni musicali,
lezioni di lettura e di cucito, sacre famiglie all'aperto e
altre invenzioni di toccante intimismo caratterizzano la
prima mostra organizzata su Pasqualino Rossi (1641-1722),
pittore particolarmente apprezzato e ricercato dalla schiera
di collezionisti italiani e esteri che frequentavano
botteghe di artisti, gallerie e palazzi romani tra il XVII e
il XVIII secolo.
Vicentino di origine,
Pasqualino
Rossi fu
attivo a Roma dalla fine degli anni Sessanta del Seicento,
conquistando fama e considerazione sociale, tanto da essere
ammesso alla prestigiosa Accademia di San Luca (1670) e
nell'olimpo dei Virtuosi del Pantheon (1668). Le sue opere
furono acquistate dalle più importanti famiglie gentilizie
romane, come i Colonna, i Pallavicini, i Doria Panphilj, gli
Ottoboni, ma basterà ricordare Gaspar de Haro y Guzman,
marchese del Carpio, ambasciatore del re di Spagna presso il
pontefice, tra il 1677 e il 1683 e poi Viceré di Napoli, che
nella sua immensa e strabiliante collezione di capolavori
della pittura (oltre tremila), possedeva ben quaranta
dipinti di Pasqualino Rossi.
“Nelle quadrerie si veggono giuochi, musiche, conversazioni,
e simili capricci da lui lavorati in piccolo, che, ove però
con più studio, per poco cedono a’fiamminghi. Ne ho veduti
qua e là in gran numero” ricorda alla fine del Settecento
uno dei padri della storia dell'arte italiana, Luigi Lanzi,
parlando di Pasqualino Rossi (L. Lanzi Storia pittorica
della Italia, ed. Bassano1809, I, p. 408, (ed. Firenze,
1968, a cura di M. Capucci).

La mostra raccoglie oltre venti quadri di Pasqualino Rossi
che dialogano con altrettante opere dei maestri indiscussi
della pittura di genere italiana tra Sei e Settecento. I
curatori della mostra, Angelo Mazza e Anna Maria Ambrosini,
in particolare hanno indagato per lungo tempo inventari,
raccolte e collezioni private, permettendo di recuperare
dipinti del tutto sconosciuti o mai esposti, non solo di
Pasqualino Rossi, ma anche di Monsù Bernardo, Antonio
Amorosi, Andrea Celesti, Pietro Dalla Vecchia, Pier Leone
Ghezzi, Matteo de' Pitocchi, Francesco Todeschini detto il
Cipper o Giuseppe Maria Crespi al quale in passato sono
state attribuite molte opere dipinte in realtà da
Pasqualino.
La mostra si apre con una grande Deposizione di Cristo
(collezione privata), ricca di intonazioni espressive, nella
quale un recente restauro ha fatto emergere anche la firma –
rarissima – di Pasqualino Rossi e prosegue in un concerto di
piccoli dipinti con scene di genere, che catturano il tempo
e lo spazio di una quotidianità intima e dimessa, che vibra
il timbro sentimentale più moderno di Pasqualino Rossi.
Nelle opere di Pasqualino Rossi il grande conoscitore
Roberto Longhi, leggeva le premesse culturali e stilistiche
che avrebbero caratterizzato l'opera di grandi maestri della
pittura italiana ed europea tra Sei e Settecento, come
Giovanni Battista Piazzetta o Pietro Longhi.
Il linguaggio artistico di
Pasqualino
Rossi è
molto ricco e si alimenta dei modelli veneti suadenti e
teatrali di Pietro Vecchia o del piglio narrativo di Matteo
de’ Pitocchi. Un ruolo rilevante, nella formazione di
Pasqualino va anche riconosciuto al fiammingo attivo a
Venezia e Roma Monsù Bernardo, mentre è in ambito romano che
Pasqualino dialoga con le opere dei marchigiani Antonio
Amorosi e Pier Leone Ghezzi. I dipinti esposti raccontano
momenti di vita all'interno dei nobili palazzi romani,
alternandosi ai raffinati soggetti sacri che Pasqualino ha
dipinto anche per le importanti chiese romane di Santa Maria
in Aracoeli, dei Santi Carlo e Ambrogio al Corso e di Santa
Maria del Popolo. Così come sono numerose le tele eseguite
per gli edifici ecclesiastici delle Marche: a Fabriano,
Serra San Quirico e Cagli, costituendo l'affascinante
itinerario dell'ultima attività di Pasqualino Rossi quando,
allo scadere del primo decennio del Settecento, ormai "in
età avanzato, podagroso, e non capace d'alcuni anni in qui
pennelleggiar" (Melchiorri), vendeva le opere della sua
bottega all'arcivescovo di Magonza. |